Venerdì 25 Settembre 2026 — Parigi: Eliseo, UNESCO, Notre-Dame e veglia con i giovani
21:00
Stade de France, Saint-Denis, Francia
✈️ Viaggio apostolico in Francia
Veglia di preghiera con i giovani allo Stade de France
📍 Stade de France, Saint-Denis, Francia
Papa Leone XIV parte per il suo quinto viaggio apostolico internazionale, in Francia dal 25 al 28 settembre, con il motto "Affinché il mondo abbia la vita". La giornata inaugurale si chiude in serata con una grande veglia di preghiera con i giovani provenienti da tutta la Francia allo Stade de France di Saint-Denis, momento clou della prima tappa parigina del viaggio.
Dopo la partenza da Roma/Fiumicino alle 7:50 e l'arrivo a Parigi/Orly alle 10:00, Papa Leone XIV apre il suo quinto viaggio apostolico internazionale con la visita al Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron al Palazzo dell'Eliseo, seguita alle 11:45 dall'incontro con le autorità, la società civile e il corpo diplomatico, in cui pronuncia il primo discorso del viaggio.
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Cerimonia di benvenuto a Parigi
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Visita al Presidente della Repubblica
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Incontro con le autorità e il corpo diplomatico
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Papa Leone XIV con il Presidente Macron al Palazzo dell'Eliseo
Onori militari all'arrivo all'Eliseo
Il Papa saluta le autorità nella Sala delle Feste
Cerimonia di benvenuto all'aeroporto di Parigi-Orly
Incontro con le Autorità, la Società Civile e il Corpo Diplomatico
Signor Presidente, Distinte Autorità e membri del Corpo Diplomatico, Signore e Signori,
è per me una grande gioia trovarmi oggi tra voi. Le sono particolarmente grato, Signor Presidente, per il Suo cordiale invito a visitare la Francia, e La ringrazio per le parole di benvenuto che mi ha rivolto. Attraverso di Lei, saluto anche tutti coloro che…
Signor Presidente, Distinte Autorità e membri del Corpo Diplomatico, Signore e Signori,
è per me una grande gioia trovarmi oggi tra voi. Le sono particolarmente grato, Signor Presidente, per il Suo cordiale invito a visitare la Francia, e La ringrazio per le parole di benvenuto che mi ha rivolto. Attraverso di Lei, saluto anche tutti coloro che abitano questo Paese dal vasto patrimonio culturale e religioso. Insieme formano un popolo in cui la diversità delle origini contribuisce a vivificare e arricchire la convivenza e la vita democratica. Desidero inoltre assicurarvi, Signor Presidente, Signore e Signori, che la Francia è molto spesso al centro delle preghiere del Papa, che non dimentica le sue origini familiari normanne e bearnesi.
Il mio viaggio in Francia inizia dalla capitale del vostro Paese, Parigi, spesso definita la Ville lumière. Da secoli la Francia risplende come un faro culturale, artistico e spirituale, non solo in Europa, ma anche nel mondo. Forte delle sue Scuole cattedrali, delle sue Università e delle sue Accademie, luoghi essenziali di ricerca della verità, la Francia ha contribuito a forgiare l’intelligenza dei popoli, ben oltre i propri confini. L’illuminazione di menti francesi d’eccezione, che erano al tempo stesso grandi cattolici, sottolinea quanto le scienze, le arti, la letteratura e la filosofia possano contribuire al bene dell’umanità, quando sono orientate alla ricerca del bello, del bene e del vero, affinché il mondo abbia la vita.
Il savoir-faire francese è sinonimo di eccellenza in numerosi ambiti. Si è distinto in modo particolare nel grande cantiere di restauro della cattedrale di Notre-Dame di Parigi, al quale hanno partecipato fin dall’inizio numerose istituzioni, sia private sia pubbliche, e al quale Lei, Signor Presidente, ha riservato un’attenzione particolare, cosa per cui La ringrazio. Rendo omaggio con gratitudine a tutti gli artigiani e alle categorie professionali che vi hanno dedicato il proprio impegno. La recente riapertura della cattedrale alla celebrazione del culto divino, così come ai visitatori di tutto il mondo, non è solo il coronamento di un’impresa tecnica, ma il simbolo di una speranza ritrovata, la prova che ciò che si credeva distrutto per sempre può rinascere grazie alla collaborazione di tutti, e la testimonianza di un’unità realizzata nello sforzo comune. Un risultato così bello deve ispirare a tutti gli attori della vita politica, sociale e religiosa del Paese un nuovo slancio per operare incessantemente in uno spirito di unità, con la forza di una viva speranza.
La Francia è anche una terra dalle ricche radici cristiane. Dai tempi di sant’Ireneo e del battesimo di Clodoveo, l’anima della vostra patria si è sviluppata attingendo dal cristianesimo un genio spirituale, culturale, intellettuale, artistico e missionario, che oggi risplende in tutto il mondo. È così che nella Francia del XVI secolo fiorì l’umanesimo, che cercava di unificare l’eredità greco-romana e la fede cristiana. Ai celebri pensatori del Rinascimento, e poi del Grand Siècle, seguirono quelli dell’Illuminismo, e la Francia portò allora al mondo vere e proprie conquiste; tra queste, il riconoscimento dei diritti dell’uomo insiti nella natura della persona umana, in particolare la libertà religiosa. Questa costante attenzione alla dignità intrinseca di ogni persona umana trova eco nel vostro motto nazionale. Libertà, uguaglianza e fraternità non sono semplici parole incise sui frontoni dei vostri edifici pubblici, ma rimandano a esigenze etiche universali, che trovano anche nel messaggio evangelico una fonte inesauribile di ispirazione e di realizzazione.
La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, proclamata in questa città di Parigi – e nella cui elaborazione il giurista francese e premio Nobel per la pace René Cassin svolse un ruolo di primo piano – ha avuto lo scopo di creare una coscienza generale della dignità inalienabile della persona umana. San Giovanni Paolo II, che considerava questo documento «una vera pietra miliare sulla via del progresso morale dell’umanità», era consapevole che «ogni minaccia ai diritti umani, sia nell’ambito dei beni materiali che in quello dei beni spirituali, è ugualmente pericolosa per la pace, perché riguarda sempre l’uomo nella sua integralità». [1]
La questione del rispetto della dignità umana e dei diritti e delle libertà fondamentali che derivano dalla natura umana si pone in ogni epoca e deve accompagnare l’evoluzione della società e il progresso tecnico. Infatti, «lo sviluppo tecnologico ha contribuito nei secoli a un significativo miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità; allo stesso tempo, ogni fase del progresso ha mostrato anche il volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando non orientati al bene» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 4). Già ai suoi tempi, Georges Bernanos intuiva il rischio di vedere l’obbedienza cieca e l’irresponsabilità diventare padrone di un «Paradiso delle Macchine». Egli sottolineava come, per sfuggirvi, la civiltà francese avesse invece lavorato per secoli alla formazione di uomini liberi, pienamente responsabili delle proprie azioni. [2]
Per questo motivo, mi è sembrato indispensabile affrontare, nella mia prima Lettera Enciclica, il tema dell’Intelligenza Artificiale, al fine di riportare la persona umana al centro di ogni riflessione. Per non perdere la nostra umanità in mezzo al “paradiso delle macchine” che invade e condiziona la nostra vita quotidiana, è urgente formare le menti a un discernimento etico, capace di riconoscere ciò che è moralmente buono. Questa esigenza è fondamentale per riconoscere il vero bene che fa crescere l’uomo secondo la sua vocazione primaria, nel rispetto incondizionato della sua libertà interiore e della sua sacra dignità. A questo proposito, vorrei ricordare che «una società autenticamente libera non impone uniformità, ma protegge la diversità delle coscienze, prevenendo derive autoritarie e promuovendo un dialogo etico che arricchisce il tessuto sociale» ( Discorso al Corpo Diplomatico, 9 gennaio 2026). Questo dialogo è tanto più urgente nel contesto della Francia odierna, dove persone di diverse appartenenze culturali e religiose sono chiamate a convivere e a dare il proprio contributo alla costruzione della società.
È proprio grazie alla ricchezza del suo tessuto sociale che, da secoli, la Francia si distingue per l’attenzione alla diversità e per un forte desiderio di solidarietà. Grazie all’opera illustre di uomini e donne rimasti fedeli alla loro umanità e ai valori del Vangelo, la Chiesa cattolica in Francia non ha mai smesso di operare per il bene dei più bisognosi, diventando il volto vivente della tenerezza e della compassione di Dio. Pensiamo alle opere di san Vincenzo de’ Paoli, al rinnovamento caritativo del XVII secolo e, ancora oggi, alle numerose istituzioni cattoliche in cui gli operatori sanitari accompagnano i fratelli e le sorelle resi fragili dalla sofferenza. Le loro testimonianze di attenzione e di servizio costituiscono una vera e propria scuola di umanità sulla grandezza della cura e un vibrante richiamo al valore unico e insostituibile di ogni essere umano. Sono anche un invito alla rinnovata fraternità che richiede di imparare ad accogliere la vita senza condizioni, a sostenere la fragilità con tenerezza, ad accompagnare con rispetto e nella fiducia reciproca ogni tappa dell’esistenza, e a difendere con coraggio e compassione coloro che non hanno voce o che non si sentono sufficientemente sostenuti. Per questo ribadisco «con forza che la tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento imprescindibile di ogni altro diritto umano» ( ibid.).
Vi è oggi la tentazione di aspettarsi dalla scienza una soluzione e un conforto per tutte le nostre sofferenze. Il rischio è spesso quello di cadere nell’illusione. Quando la scienza e la tecnologia non sono guidate dalla coscienza, possono proporre soluzioni immediate che sembrano rispondere ai desideri e alle sofferenze degli uomini e delle donne, ma che in realtà possono allontanarli gravemente dal bene a cui aspirano profondamente. A volte constato con preoccupazione le attuali derive delle società che rischiano di distorcere la scienza e la tecnologia trasformandole in imprese lucrative che favoriscono le manipolazioni genetiche, la maternità surrogata, l’acquisto di organi o l’offerta di una morte programmata. Non dimentichiamo che il rispetto reciproco e la tutela della vita di ogni persona umana sono una responsabilità di ciascuno e di tutti, che inizia con una conversione dell’intelletto e del cuore e richiede un impegno reale e disinteressato verso i nostri fratelli e le nostre sorelle.
Come non vedere in un simile impegno anche l’espressione della giusta laicità della città terrena? Il cristiano coinvolto nella vita pubblica, che agisce alla luce della propria coscienza illuminata dalla fede, non può essere considerato un proselitista o una minaccia all’unità della patria. Infatti, la vera laicità non esclude la dimensione religiosa, ma sa al contrario trarne vantaggio come risorsa educativa (cfr Discorso ai partecipanti all’incontro nazionale degli insegnanti di religione cattolica, 25 aprile 2026).
È proprio per questo motivo che la scuola cattolica occupa un posto di rilievo nel panorama educativo di un Paese come la Francia. «Questo è, del resto, parte di un atteggiamento più ampio, imprescindibile per ogni dialogo, nella scuola come nella società: conoscere e amare ciò che si è, per saper incontrare l’altro con rispetto e apertura» ( ibid.).
Una giusta laicità non consiste quindi nell’escludere la religione dalla sfera pubblica o dall’istruzione, ma nell’impegnarsi affinché lo Stato e le istituzioni religiose dialoghino tra loro e uniscano le loro forze al servizio del bene comune, affinché il mondo abbia la vita. A questo proposito, esprimo il mio apprezzamento per il lavoro svolto nell’ambito dell’Istanza di dialogo tra la Santa Sede, la Chiesa cattolica in Francia e il Governo francese. Effettivamente, l’instancabile opera della Chiesa cattolica, attraverso la ricchezza delle sue espressioni e istituzioni, è certamente preziosa e lodevole per il benessere dell’intera società. Tali scambi illustrano in modo molto positivo quella sana complementarità che è stata riaffermata durante il Concilio Vaticano II, nel senso che «[la comunità politica e la Chiesa], anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale degli stessi uomini. Esse svolgeranno questo loro servizio a vantaggio di tutti in maniera tanto più efficace, quanto più coltiveranno una sana collaborazione tra di loro» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 76).
Constato inoltre con gioia che questa stessa volontà di servire insieme ogni persona, indipendentemente dalla sua origine, ispira da secoli la cooperazione tra la Francia e la Chiesa cattolica al servizio dei cristiani d’Oriente. L’azione educativa, sociale, culturale e umanitaria svolta nei Paesi del Medio Oriente, in collaborazione con diverse associazioni quali “Aiuto alla Chiesa che soffre” o « Œuvre d’Orient », costituisce un prezioso contributo al dialogo tra i popoli e alla tutela dei diritti di ogni persona.
Si tratta di una testimonianza eloquente in cui cultura e fede si presentano come i pilastri che favoriscono l’armonia tra diversi popoli e religioni al servizio della pace e della mediazione tra gli uomini. Anche in questo ambito l’educazione costituisce una sfida particolarmente importante. Essa rimane infatti uno dei principali settori di cooperazione, trovando in particolare un’espressione concreta e feconda attraverso il Fondo per le scuole d’Oriente. A questo proposito, desidero esprimere la mia gratitudine a tutte le persone impegnate in questo progetto che, sin dalla sua fondazione nel 2021, ha permesso di fornire sostegno a oltre duecentosessanta istituti scolastici in Medio Oriente, tra cui sette Università in Libano e l’Università di Betlemme.
Ma come evocare questa regione del mondo, dove duemila anni fa è nato il Principe della Pace, senza pensare anche a tutte quelle popolazioni colpite dalle conseguenze dei conflitti e a tutti coloro che sono afflitti dal flagello della guerra? Non possiamo rimanere indifferenti di fronte a tali sofferenze che feriscono la dignità umana e gridano giustizia a Dio. La gravità di queste situazioni deve interpellarci e chiama ciascuno, là dove si trova, a una vera conversione del cuore e a un cambiamento di atteggiamento. È riconoscendo umilmente il bisogno che abbiamo gli uni degli altri che potremo insieme impegnarci maggiormente nella costruzione della civiltà dell’amore nel cuore del nostro mondo, diventato così complesso e interdipendente (cfr Lett. enc. Magnifica humanitas, 182). Al tempo stesso, come affermava già al suo tempo il mio santo predecessore Giovanni XXIII, «giustizia, saggezza ed umanità domandano che venga arrestata la corsa agli armamenti, si riducano simultaneamente e reciprocamente gli armamenti già esistenti; si mettano al bando le armi nucleari; e si pervenga finalmente al disarmo integrato da controlli efficaci» (Lett. enc. Pacem in terris, 60). Infatti, si sta diffondendo sempre più la convinzione, errata, che il possesso di armi nucleari costituisca una garanzia di sicurezza, alimentando una nuova corsa agli armamenti difficilmente controllabile (cfr Lett. enc. Magnifica humanitas, 194). In realtà, la pace non è un equilibrio di forze, ma si costruisce ogni giorno attraverso il dialogo e la giustizia.
Vi esorto quindi a non rassegnarvi mai alla prospettiva di una guerra considerandola “inevitabile”, ma a promuovere senza sosta il dialogo e la diplomazia, al fine di preservare società pacifiche, rispettose della dignità e dei diritti della persona e dei popoli. Di fronte ai rumori di guerra e alle crisi multiformi che scuotono il nostro mondo, la Francia ha la vocazione di rimanere un instancabile artefice della pace e del multilateralismo, in particolare all’interno della nostra cara Europa. Possa la Francia, fedele ai propri valori, tracciare il solco di una pace disarmata e disarmante, e offrire con responsabilità il proprio insostituibile contributo a favore della pace. Che la vostra libertà cresca incessantemente nell’impegno per il bene comune; la vostra fraternità abbracci l’intera umanità; e l’uguaglianza a cui aspirate si fondi sempre sui fondamenti della giustizia e della carità, senza eliminare le differenze tra le persone, ma facendole fruttificare armoniosamente a beneficio di tutta la società.
Signor Presidente, Signore e Signori, desidero esprimervi ancora una volta la mia gratitudine per questo incontro che, per riprendere le parole – significative per ciascuno – pronunciate da Vostra Eccellenza ai Vescovi di Francia nel 2018, evidenzia come «una Chiesa che pretenda di disinteressarsi delle questioni temporali non adempirebbe appieno alla propria vocazione; e un Presidente della Repubblica che pretenda di disinteressarsi della Chiesa e dei cattolici verrebbe meno al proprio dovere». [3] Siate certi della mia fervida preghiera per la vostra bella Nazione.
Dio le conceda pace, unità e prosperità affinché il mondo abbia la vita. Affido questi auspici alla materna intercessione della Beata Vergine Maria, Patrona principale della Francia.
Nel primo pomeriggio Papa Leone XIV visita la sede parigina dell'UNESCO, pronunciando un intervento sui temi dell'educazione, della cultura e della pace, a conferma dell'attenzione della Chiesa per il dialogo tra i popoli.
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Visita alla sede dell'UNESCO
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Momenti salienti della visita all'UNESCO
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Papa Leone XIV nell'Assemblea dell'UNESCO a Parigi
Il Papa pronuncia il discorso all'UNESCO
Il direttore generale Khaled El-Enany accoglie il Papa
Il Papa con i rappresentanti degli Stati membri dell'UNESCO
Signor Direttore Generale, Signor Presidente della Conferenza Generale, Signor Presidente del Consiglio Esecutivo, Eccellenze, Signore e Signori,
sono lieto di trovarmi oggi in questa assemblea delle Nazioni, dove linguaggi e culture si incontrano per cooperare a un progetto che coinvolge l’intera famiglia umana: «contribuire al mantenimento…
Signor Direttore Generale, Signor Presidente della Conferenza Generale, Signor Presidente del Consiglio Esecutivo, Eccellenze, Signore e Signori,
sono lieto di trovarmi oggi in questa assemblea delle Nazioni, dove linguaggi e culture si incontrano per cooperare a un progetto che coinvolge l’intera famiglia umana: «contribuire al mantenimento della pace e della sicurezza rafforzando, con l’educazione, le scienze e la cultura, la collaborazione tra le nazioni, allo scopo di garantire il rispetto universale della giustizia, della legge, dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali» ( Costituzione della Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, le Scienze e la Cultura, art. 1, comma 1). Costruire insieme un mondo giusto è, infatti, il fondamento stesso della cooperazione internazionale. Le nostre esperienze, abilità e competenze sono volte a edificare uno spazio accogliente verso tutti e fecondo per ciascuno, affinché ogni popolo possa crescere nella pace.
Come testimone di pace rivolgo il mio cordiale saluto a voi, Rappresentanti degli Stati membri e osservatori, delle Organizzazioni internazionali, del mondo accademico e della società civile. Ringrazio il signor Khaled El-Enany, Direttore generale di questa Organizzazione, per il suo caloroso invito [e per le parole che ci ha rivolto]. In qualità di Pastore, vi porto la parola della Chiesa, che sempre di nuovo si fa «messaggio» e «colloquio» verso tutte le genti, donne e uomini di buona volontà (cfr S. Paolo VI, Lett. enc. Ecclesiam suam, 67).
Il progetto di costruire insieme un mondo giusto coincide con una missione che abbiamo imparato a condividere lungo la storia. A riguardo, l’UNESCO rappresenta sia un traguardo sia uno strumento per continuare oggi, con maggiore impegno, questo compito, secondo i nostri molteplici ambiti di attività. Nel 2027 ricorrerà il 75° anniversario della presenza della Santa Sede presso l’UNESCO: una presenza che scaturisce dalla convinzione che il futuro dipenda innanzitutto dal rispetto e dalla promozione della dignità inalienabile di ogni essere umano creato a immagine di Dio. Per questo consideriamo questa Organizzazione un interlocutore privilegiato al servizio del bene comune, che è la «forma sociale della dignità» che tutti condividiamo in modo originario e uguale (cfr Lett. enc. Magnifica humanitas, 59). Dal 1952, la Missione permanente di osservazione della Santa Sede valuta e accompagna, in questa prospettiva, le iniziative dell’UNESCO, apportando il proprio contributo al dialogo tra le nazioni, al fine di sostenere un autentico sviluppo umano, che è tale solo quando è orientato «alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo» (S. Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 14).
Parlando a quest’assise, il mio venerato predecessore San Giovanni Paolo II ricordava che « genus humanum arte et ratione vivit ». Poiché, dunque, «l’uomo vive di una vita veramente umana grazie alla cultura» ( Discorso all’UNESCO, 2 giugno 1980, 6; cfr S. Tommaso d’Aquino, In Aristotelis Posteriora Analytica, 1), questa parola “cultura” indica il modo d’essere, tramite il quale l’uomo dà senso a tutto ciò che fa. Dopo quarantasei anni, mentre rinnovo tra voi l’impegno di collaborazione della Santa Sede, invito a concepire l’UNESCO non solo come un illustre organismo internazionale, ma come luogo nel quale l’umanità riflette su di sé, sulla propria storia e sul proprio futuro. Promuovere l’educazione, le scienze e la cultura è difatti impossibile senza promuovere la vita dell’uomo e della donna, che ne sono protagonisti.
Nel campo dell’educazione, la Chiesa cattolica vanta un’esperienza molto antica: da secoli le sue comunità aprono scuole e università, insegnano a leggere e a scrivere e sono presenti anche nei luoghi più poveri e remoti. Con il Patto educativo globale, il mio predecessore Francesco ha voluto inserire questa esperienza in un’alleanza educativa più ampia, aperta al contributo di tutti. Ma ciò che desidero trasmettervi non sono innanzitutto le opere: è la convinzione da cui esse scaturiscono. Nessuna educazione è completa se non affronta la questione del senso. Nello stesso discorso, san Giovanni Paolo II lo ricordava: educare significa aiutare l’uomo a «essere» di più e non solo ad «avere» di più, riconoscendo anche in lui quella trascendenza della persona che appartiene alla pienezza della sua umanità (cfr ibid., 10-11).
Nella nostra assemblea merita allora di venir esplorata una domanda fondamentale, che ci interpella con urgenza: che cosa significa essere umani? Ogni cultura si trova coinvolta da tale interrogativo, che tocca il punto di sintesi per ogni sapere, arte e religione. Anche nel XXI secolo, dopotutto, non possiamo dare per scontato di conoscere chi sia l’uomo e che cosa comporti vivere umanamente. Ogni generazione, infatti, è chiamata a misurarsi con questa sfida culturale, specie davanti a tragedie che, purtroppo, avvengono tutt’oggi.
Anzitutto, l’uomo è colui che viene concepito e nasce: essere umani significa dunque, in primo luogo, essere figli. Nessuno di noi ha scelto di esserlo. Nessuno ha deciso da chi, o quando, o dove nascere. Questa evidenza illumina un fatto non solo biologico, ma etico: come figli, siamo tutti fratelli e sorelle. La nostra umanità è da subito un dono e una prova, una promessa e una responsabilità. Per tutti gli esseri umani, la generazione comporta un legame originario, una comunione di vita che ha nella famiglia la sua sorgente e il primo contesto educativo.
In secondo luogo, tutti nasciamo nudi e bisognosi. Siamo poveri per nascita: indigenti di pane e di parola, di cura e di affetto, cioè di tutto quel che nutre il corpo e lo spirito. Lo sappiamo bene, eppure diventando adulti rischiamo di dimenticarcene. E delle maggiori conseguenze di questa amnesia soffrono proprio i bisognosi, ogni volta che la loro umanità viene tradita o scartata, sfruttata o ingannata. L’oblio della nostra nascita oscura l’idea di vita umana, perché la distacca dalla storia comune a tutti noi. Allora la vita non viene più concepita come dono, ma come merce. Non è più vista come un richiamo alla cura e alla responsabilità, ma un prodotto da sfruttare. Proprio questa drammatica alternativa ci ricorda che essere umani significa essere liberi per natura. Poiché ognuno di noi è figlio, questa nostra libertà inizia rispondendo a quella di chi ci rivolge per primo la parola, con gesti di affetto o di rifiuto, di amorevole accoglienza o di abbandono e crudeltà.
In terzo luogo, dunque, fare memoria della nostra comune umanità significa riconoscere che essa è magnifica, cioè piena di potenzialità, seppur segnata da molti mali e ingiustizie. Chi si dedica all’educazione, alla scienza e alla cultura viene a maggior ragione chiamato a prendersi cura di ogni persona, così che possa risplendere la bellezza della nostra libertà. Questa bellezza ha un nome: giustizia. Sì, la libertà è bella quando è orientata verso il bene e la verità; è deturpata quando scivola nell’arbitrio, nella violenza e nella sete di potere. Essere uomini implica quindi una responsabilità davanti all’appello della storia: l’uomo è colui che cresce, impara, lavora con la mente e con le mani. Mediante il suo impegno può coltivare o sfigurare la terra, produrre arte o distruggere. In questo particolare momento, dobbiamo riconoscere che la più terribile delle “opere umane” è la guerra; poiché in essa la scienza stessa è posta a servizio di una volontà disumana di distruggere e uccidere.
A tal proposito, il Preambolo della Costituzione dell’UNESCO si apre con parole che conservano una sorprendente attualità – come abbiamo visto nel “Muro della Pace” –: «Poiché le guerre nascono nello spirito degli uomini, è nello spirito degli uomini che devono essere poste le difese della pace» ( Costituzione dell’UNESCO, Preambolo, 1945). Queste parole furono scritte all’indomani della Seconda Guerra Mondiale: la tragedia più devastante del secolo passato. L’umanità aveva capito che il progresso scientifico, quando è separato dalla saggezza, può trasformarsi in arma devastante; che la cultura, quando si piega all’ideologia, può diventare menzogna e propaganda; che l’educazione, quando rinuncia alla verità, degrada a strumento per manipolare le coscienze. Gli Stati fondatori dell’UNESCO compresero che i trattati sono necessari, ma non sufficienti in sé. Essi richiedono una cultura e un impegno condiviso per la pace che li sostengano. La pace non può essere costruita soltanto con i trattati, né attraverso compromessi tra forze opposte. La pace è vera quando scaturisce dalla virtù della giustizia più che da un mero contratto, da una volontà retta piuttosto che da un instabile equilibrio di interessi. Infatti, solo una volontà retta può riconoscere nell’altro un fratello o una sorella, una persona come sé stessi.
Ottant’anni dopo, le parole della vostra Carta costitutiva non hanno perso nulla della loro forza. Eppure vediamo anche quanto profondamente questo principio comune sia minacciato da forme di barbarie che fomentano rivalità e conflitti. Tra le sfide poste oggi al mondo scientifico ed educativo, segnalo in particolare quelle aperte nel vasto campo della tecnologia. I nostri sforzi in quest’ambito devono far sì che le nuove tecnologie rimangano al servizio della persona umana, anziché diventare un ulteriore strumento di dominio e di ingiustizia.
Nel corso dei secoli, molte attività un tempo svolte dagli esseri umani sono state affidate alle macchine, le cui capacità e applicazioni hanno continuato ad ampliarsi. Più recentemente, ad alcuni sistemi artificiali è stato persino attribuito il nome della nostra facoltà umana di pensiero: intelligenza. Allo stesso tempo, però, le nostre idee e relazioni rischiano di venire impoverite da un processo di disumanizzazione. Il paradosso è diventato sempre più evidente: mentre l’”intelligenza” viene attribuita ai sistemi computazionali, fatichiamo a riconoscere la dignità inalienabile delle persone umane, le cui vite vengono valutate con il criterio dell’efficienza e, quando ritenute non più produttive, respinte e scartate.
Questa dolorosa realtà ci invita a riflettere sia sulla fragilità della nostra natura umana che sull’immensa dignità di ogni persona umana, una dignità che rimane intatta anche nelle circostanze più vulnerabili, fino alla morte stessa. Sì, l’essere umano è certamente colui che nasce, ma è pure colui che muore. La nostra dignità non è distrutta dalla malattia o dal dolore, né dipende dalle prestazioni di cui una persona è capace. Al contrario, richiede cura amorevole in ogni fase della vita.
Per la fede cristiana, il mistero della persona umana trova la sua piena luce in Cristo, il quale, «proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l'uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et Spes, 22). Nella sua luce, ogni persona ci appare come una creatura voluta e amata da Dio. Questa luce ci aiuta anche a cogliere più profondamente il significato della nostra comune esperienza umana.
Signori e Signore, in nome della nostra storia comune, come uomini e donne di scienza, voi siete costantemente chiamati a cooperare, affinché dalla diversità di prospettive possa maturare una convergenza di sguardi, e dalla convergenza di sguardi un’armonia di azione. Questa armonia si esprime nell’opera dell’UNESCO quando essa dà voce sinfonica ai più alti intenti di bene e di cura per l’umanità. Dove c’è armonia, c’è accordo tra voci diverse e quindi concordia tra le Nazioni che rappresentate.
A questo proposito, vorrei attingere due immagini dalla Bibbia, il grande codice culturale dell’umanità: la torre di Babele e la piazza di Pentecoste. Le propongo a voi in quanto modi per rappresentare l’unità della famiglia umana che, anche oggi, è continuamente chiamata a discernere la direzione, il senso della storia che attraversa. Questi racconti biblici narrano, infatti, due forme sociali che ci portano a riflettere sulle circostanze del nostro presente.
La Torre di Babele rappresenta un’unità imposta attraverso il dominio (cfr Gen 11,4). Al contempo, quest’edificio svela che più il potere opprime, più si indebolisce, mostrando il suo volto disumano. Lo si vede nelle sofferenze e nelle ingiustizie che il dispotismo causa, nonché nello sfruttamento che ferisce la società e l’ambiente. Come insegna la storia, molti imperi hanno celebrato la loro prepotenza, prima di consumarsi e crollare come una torre. Il risultato di questa superbia, esaltata e distrutta, è la dispersione. La presunzione di rendersi simili a Dio e di sottomettere le genti a un unico giogo ha per esito la confusione delle lingue e l’incomprensione generale. Anziché toccare il cielo, come pretendeva, la torre di Babele collassa, con un doppio effetto negativo. Come l’unità che imponeva era forzata, così la diversità che segue il suo crollo è conflittuale. Oggi, la tentazione di Babele si ripresenta in una globalizzazione perseguita senza fraternità, nell’avido colonialismo finanziario, nelle imposizioni ideologiche, in tutti quei «contatti senza legami» che riducono la vita umana al commercio (cfr Commissione Teologica Internazionale, Quo vadis, humanitas? 42). La stessa scienza, quando viene ridotta a una tecnica di potere, non serve più a elevare la persona umana, ma rischia invece di degradare i frutti dell’impegno.
In particolare, oggi disponiamo di strumenti capaci di collegare istantaneamente persone e continenti, eppure assistiamo a nuove forme di isolamento, di miseria materiale e spirituale, di abbandono. La comunicazione s’è fatta molto più rapida, ma non necessariamente più veritiera; l’informazione è abbondante, ma non coincide con la sapienza. Senza una deontologia condivisa, i più vari canali di comunicazione rischiano di moltiplicare informazioni false, o di usare parole senza significato, ostacolando il dialogo anziché favorirlo.
L’intelligenza artificiale accentua questo problema: sebbene questi sistemi siano in grado di correlare dati, non possono rispondere alle domande sul senso dell’esistenza umana, che affonda le sue radici nell’esperienza vissuta. Eppure gli esseri umani non possono vivere senza senso. Il senso è l’ossigeno della mente. Perciò le sfide comunicative, che sono sempre sfide educative, impongono la questione della verità come tema di giustizia sociale e di equità storica. Ecco perché l’educazione in questo ambito è essenziale, e accolgo con favore l’iniziativa dell’UNESCO attraverso il suo programma di “Alfabetizzazione ai media e all’informazione” (MIL), che promuove l’uso responsabile dei media e degli strumenti digitali.
Infatti, senza la verità, il linguaggio finisce per sottostare alla logica della violenza e alla volontà arbitraria dei potenti. Gli altri vengono così esclusi nel nome del profitto, e gli innocenti vengono uccisi nel nome della libertà. Anziché rispettare la legge, chi detiene il potere la invoca quando serve ai propri interessi e la ignora quando li limita, trattando persino la giustizia come una merce da comprare e vendere. Se riconosciamo che la corruzione della legge parte dalla corruzione del cuore, possiamo apprezzare il fatto che qualsiasi scienza rischia di perdere senso se condotta senza etica, cessando così di servire e rispecchiare la dignità umana.
A questo proposito, esorto la comunità internazionale nel suo insieme a dedicare particolare attenzione alla tutela dei bambini e dei giovani. Nell’era digitale, la loro vulnerabilità non deve mai diventare occasione di sfruttamento. Possano queste tecnologie sostenere la loro crescita, la loro formazione e le loro relazioni, salvaguardando la loro libertà di pensare e di discernere, e rimanendo sempre al servizio della dignità della persona umana.
La corruzione della cultura di cui stiamo parlando viene riscattata sulla piazza di Pentecoste. Lì, un messaggio di pace viene accolto come buona novella da tutti i popoli. Tale annuncio proclama la resurrezione di Gesù, cioè la vittoria della vita sulla morte, la salvezza che dà speranza al mondo. Il giorno di Pentecoste, la piazza diventa il luogo in cui si celebra la pace che risana ogni offesa alla persona umana. Ciascuno sente questo messaggio “nella propria lingua” e la comunione non impedisce affatto la diversità (cfr At 2,8). Al contrario, permette alla diversità di fiorire nell’armonia delle voci e dei volti. Nell’annuncio della pace, la varietà delle culture diventa veicolo di una verità universale. L’insegnamento biblico ci indica così la via per raggiungere ciò che tutti noi cerchiamo: «quell’unità che non annulla le differenze, ma valorizza la storia personale di ciascuno e la cultura sociale e religiosa di ogni popolo» ( Omelia nella Celebrazione Eucaristica per l’Inizio del Ministero Petrino, 18 maggio 2025). Non la prepotenza di Babele, ma la pace di Pentecoste rende possibile una tale comunione tra tutti i popoli. Ogni cultura avvera dunque la propria più alta sapienza quando cerca la pace e il bene di tutti, testimoniando il senso autentico della nostra umanità.
Chi opera nel campo dell’educazione sa che solo la verità ci fa liberi. Chi insegna e chi fa ricerca sa che l’errore ci rende schiavi dell’ignoranza e della superstizione. Ogni volta che avvertiamo ostacoli alla nostra missione, ricordiamoci che c’è una sola terra per tutti, e una sola, comune natura umana. L’essere umano non può essere compreso separando ciò che appartiene a un insieme: corpo e anima, vita personale e relazioni, il nostro rapporto con gli altri e con l’ambiente. Tutto fa parte dell’unità della nostra esistenza. Perciò coltivare la terra implica coltivare l’umanità che la abita. L’educazione e la scienza sono chiamate a questo compito. Infatti, come insegna l’etimologia del termine, ogni cultura è coltivazione. Rinnovo quindi l’appello dei miei Predecessori a prenderci cura della persona umana e del creato insieme: Papa Benedetto XVI ha parlato della necessità di un’ecologia della persona umana, mentre Papa Francesco ha sviluppato la prospettiva dell’ecologia integrale (cfr Benedetto XVI, Discorso al Parlamento federale, 22 settembre 2011; Francesco, Lett. enc. Laudato si’, 137–162).
La pietra di paragone, che permette di valutare questo nostro impegno, è la cura che abbiamo per i più piccoli e per i poveri: bambini nel grembo materno e nei vari teatri di guerra, persone con disabilità fisiche e intellettuali, anziani, migranti e rifugiati, e tutti coloro che la superbia esclude come non produttivi. Sono loro il banco di prova delle nostre affermazioni sul rispetto della dignità umana, la cui tutela e promozione si estendono anche al creato. All’opposto sta una volontà di sfruttamento e di rapina, che mira a spremere quanto più possibile da ogni essere vivente, consumando senza custodire e distruggendo senza coltivare. Dunque, l’attuale crisi ecologica è una crisi antropologica; inoltre, la Chiesa è convinta che ogni cultura rechi in sé una saggezza, che matura in un ecosistema dei popoli. Sì, habitat della persona umana è infatti la società: non un ambiente meramente fisico, come il deserto o l’oceano per gli animali, ma un ambiente morale e relazionale. Nella pace sociale, i popoli prosperano secondo giustizia.
Di conseguenza, l’UNESCO trova qui la sintesi dei suoi alti compiti educativi e scientifici: nel lavoro paziente di costruzione della pace. Rispetto alle molte e complesse urgenze del nostro tempo, il mondo guarda alle istituzioni internazionali con sentimenti contrastanti. Da una parte, esse sono chiamate a rispondere a sfide che nessuno Stato può affrontare da solo. Dall’altra, le medesime istituzioni sperimentano una crisi di efficienza, specie quando il dialogo viene giudicato un freno all’azione anziché una risorsa per la pace, come una forma d’ipocrisia anziché un’opportunità per cercare insieme il bene. Davanti a queste derive, occorre promuovere una virtù che appare oggi tanto rara quanto desiderata: la fiducia; fiducia che le differenze non costituiscano necessariamente una minaccia; fiducia che il confronto sincero possa generare un bene maggiore di quello che ognuno potrebbe costruire da sé. La Santa Sede desidera infondere questa fiducia nell’UNESCO, come nelle altre Organizzazioni internazionali, consapevole che ogni popolo possiede una ricchezza da condividere lungo la ricerca di quell’autentico progresso, che unicamente la pace può garantire. Non si tratta di predicare un ottimismo ingenuo, che ignori le difficoltà, bensì di perseverare nella speranza che il bene è sempre possibile. Ogni figlio che nasce porta con sé una speranza. Ogni uomo e donna che dedica la propria vita alla ricerca della verità compie un atto di speranza. L’UNESCO testimoni dunque questa speranza favorendo l’intesa tra le Nazioni, mediante il dialogo tra le rispettive culture. Crediamo, infatti, che l’educazione sia lo strumento per superare reciproche paure e che la scienza possa servire la vita di ogni essere umano, seminando nel presente il buon raccolto del futuro. Questa fiducia alimenta la nostra speranza nella carità, cioè nel servizio per il bene del prossimo: dedicandoci tutti con coerenza alla nostra magnifica umanità potrà finalmente fiorire la pace.
Nel collaborare a quest’opera, le tradizioni religiose svolgono un ruolo culturalmente necessario e insostituibile, e le religioni esprimono le nostre domande sull’origine della vita e sulla sua fine, elaborando il senso primo e ultimo dell’esistenza, che si riflette nelle scelte quotidiane. Infatti, quando gli uomini e le donne di buona volontà orientano le loro azioni verso Dio, il pluralismo delle culture non si disperde nel disordine di Babele. L’umanità si ritrova invece in una ricerca comune di senso, orientata verso un destino che non è la morte. Noi non siamo in cammino verso il nulla. Ecco perché l’anima umana, nel suo rapporto con Dio, avverte ancora più intensamente la chiamata a coltivare la pace attraverso un’alleanza tra popoli che si riconoscono come figli dello stesso Padre e come fratelli e sorelle tra di loro.
Auspico perciò che il nostro incontro rafforzi l’impegno di ciascuno a lavorare instancabilmente, affinché la consapevolezza di appartenere a un’unica umanità si faccia più viva, operosa e retta. Desidero a riguardo esprimere un sincero ringraziamento a tutto il personale dell’UNESCO, che svolge con competenza e dedizione questa missione così alta: edificare la pace coltivando ogni scienza e arte dell’umanità.
Affido queste parole a tutti voi, ai Popoli che rappresentate e, in modo particolare, ai giovani. Sono proprio le nuove generazioni, infatti, a osservare con più attenzione il nostro operato. Mentre sosteniamo i loro desideri di giustizia, con gratitudine e stima invoco su tutti voi e sulle vostre Nazioni l’abbondanza delle benedizioni di Dio, Creatore onnipotente e misericordioso. Grazie.
Il Pontefice presiede la celebrazione dei Vespri solenni nella Cattedrale di Notre-Dame, restaurata dopo l'incendio del 2019, alla presenza di vescovi, sacerdoti, consacrati e seminaristi della Francia.
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Arrivo a Notre-Dame e percorso in papamobile
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Celebrazione dei Vespri nella Cattedrale di Notre-Dame
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Celebrazione dei Vespri con il clero
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Il Papa presiede i Vespri nella Cattedrale di Notre-Dame
Notre-Dame de Paris restaurata dopo l'incendio del 2019
Vescovi, sacerdoti e seminaristi ai Vespri di Notre-Dame