Lunedì 28 Settembre 2026 — Santa Messa a Metz e conclusione del viaggio in Francia
16:00
Cattedrale Saint-Étienne, Metz, Francia
⛪ Santa Messa
Santa Messa nella Cattedrale di Metz
📍 Cattedrale Saint-Étienne, Metz, Francia
Nel pomeriggio dell'ultima tappa del viaggio apostolico, Papa Leone XIV presiede la Santa Messa nella Cattedrale di Saint-Étienne a Metz, a conclusione del suo quinto viaggio internazionale, dal motto "Affinché il mondo abbia la vita". La cattedrale, che può accogliere circa 2.000 fedeli, è nota come la "lanterna del buon Dio" per le vetrate che coprono 6.500 m²; per chi resta fuori sono previsti maxischermi in Place de la République e nei pressi del Centre Pompidou-Metz. Il vescovo di Metz, mons. Philippe Ballot, ha ricordato che la diocesi ha vissuto tre guerre e due annessioni con la Germania (1870-1918 e 1940-1945), sottolineando come la riconciliazione franco-tedesca dimostri che "la pace è sempre possibile anche dove c'è la guerra". La Messa, seguita da circa 35.000 fedeli tra cattedrale e vie limitrofe secondo le autorità locali, vede la partecipazione del presidente francese Emmanuel Macron con la moglie Brigitte. Nell'omelia il Papa ricorda il contributo del monachesimo e della Regola dei Canonici di San Crodegango nella costruzione dei "fondamenti morali del mondo in cui viviamo" - dal carattere sacro e inviolabile della vita alla cura dei poveri e dello straniero - e, riferendosi alle vetrate della cattedrale impreziosite da Marc Chagall, afferma che «il futuro dell'Europa non risiede nell'uniformità, ma nell'armonia delle differenze, dove la ferita del passato diventa una fessura che lascia filtrare luce». Ricorda alla comunità di Metz, segnata da tre guerre e due annessioni tedesche, che «non è vero che chi si vendica è più forte di chi perdona».
sono molto lieto di presiedere questa Eucaristia, durante la quale affidiamo al Signore il cammino della Comunità diocesana di Metz e quello di tutta l’Europa. In questa terra storica della Mosella, che non ha mai smesso di essere un crocevia di popoli e che è stata una frontiera dolorosa in Europa, la promessa di Dio risu
Cari fratelli e sorelle,
sono molto lieto di presiedere questa Eucaristia, durante la quale affidiamo al Signore il cammino della Comunità diocesana di Metz e quello di tutta l’Europa. In questa terra storica della Mosella, che non ha mai smesso di essere un crocevia di popoli e che è stata una frontiera dolorosa in Europa, la promessa di Dio risuona oggi con una forza singolare.
Nella prima Lettura (cfr Is 32,15-18), il profeta Isaia parla dell’avvento del Regno di Dio in termini di diritto, giustizia e pace. Egli ricorre a tre immagini: il deserto, il giardino e la casa.
Nel deserto, luogo della sobrietà e del silenzio, si instaura il diritto, cioè la legge che aiuta l’uomo a camminare sulla via del bene. Questa immagine austera ci ricorda l’importanza dell’essenzialità e della semplicità, che ci permettono di attribuire il giusto valore alle cose, formandoci al contempo alla rinuncia e al sacrificio.
La seconda immagine è quella del giardino, dove regna la giustizia. Se il deserto è il luogo dell’essenzialità, il giardino è il luogo della bellezza. Lì c’è acqua, i semi si aprono, spuntano i germogli e sbocciano i fiori, ciascuno con la propria particolare grazia. Questo è l’effetto di una vita retta, che permette alla persona di realizzarsi pienamente aderendo nella libertà ai disegni del Signore.
La terza immagine è quella della casa, luogo di pace. Notiamo che, se il deserto e il giardino sono contesti in cui prevale l’azione di Dio, che fa germogliare e crescere, la costruzione di una casa richiede invece un contributo più diretto e più importante da parte dell’uomo, con l’impiego di forze e competenze, attraverso uno sforzo comune, un vero e proprio “lavoro di cantiere”. Così la pace, che è dono di Dio, richiede una risposta da parte degli uomini, in uno sforzo condiviso. Del resto, più che una semplice costruzione di pietre, la casa è un luogo di presenza umana e di amore. In questo senso, la Parola profetica ci ricorda come, in un mondo segnato dal limite, la concordia si costruisce solo nella carità, che sa condividere gioie e dolori, incoraggiare e perdonare, senza calcoli né limiti, come in una famiglia.
Anche il Vangelo che abbiamo appena ascoltato ce ne parla (cfr Mt 5,38-48). Mentre oggi, nel mondo, assistiamo a tanta violenza, manipolazione e arroganza, a diversi livelli, Gesù ci insegna come trasformare il deserto in un’oasi, come piantare giardini e costruire case. Ci indica la via che passa attraverso il perdono, la misericordia e la magnanimità. «Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l'altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due» (Mt 5,39-41).
Queste parole potrebbero sembrare ad alcuni un segno di debolezza, o forse una resa di fronte al male; ma non è affatto così. Guardiamoci dentro, in profondità, e guardiamoci intorno: cosa producono, nel mondo e in noi stessi, atteggiamenti come la vendetta, la rivalsa e il rifiuto? E quale futuro per l’umanità lasciano intravedere le relazioni e i sistemi permeati dalle logiche spietate che derivano da questi atteggiamenti? Voi che siete i figli di questa terra, lacerata in passato da conflitti fratricidi, sapete bene che non è vero che chi si vendica è più forte di chi perdona. Non è vero che chi non cede è più forte di chi cerca la riconciliazione. Non è vero che chi se ne va sbattendo la porta è più forte di chi affronta lo sforzo di camminare insieme.
Metz e la Mosella testimoniano al mondo intero che la riconciliazione è possibile solo quando si ha il coraggio di spezzare la catena del risentimento. Ci vogliono forza e grande equilibrio per non lasciarsi sopraffare dal male, soprattutto quando le ferite subite sono profonde. Ma di fronte all’ingiustizia, l’unica via di salvezza per l’uomo è l’amore che si prende cura dell’altro e che cerca di dare fiducia a prescindere dalle circostanze, anche di fronte ai comportamenti più difficili da accettare (cfr Mt 5,42). Così, legge, giustizia e pace sono tappe di un cammino di conversione che, da personale, diventa sempre più comunitario, per una civiltà rispettosa dell’uomo e del suo Creatore.
Non è un caso che sant’Agostino definisca la pace della città celeste come una comunione armoniosa, in cui gli uomini godono di Dio e, in Lui, gli uni degli altri (cfr S. Agostino, De civitate Dei, XIX, 13.1). Egli parla anche della pace tra gli uomini come del frutto di una “tranquillitas ordinis”, in cui ciascuno riconosce e rispetta nell’altro una dignità e un ruolo unici e sacri.
Qui a Metz, è bene ricordare che sono proprio questi i valori su cui si è costruita, nel corso dei secoli, l’Europa che conosciamo, con il suo patrimonio spirituale e morale, ancor prima che economico e politico. Come san Giovanni Paolo II amava ricordare con commozione (cfr Atto Europeistico a Santiago De Compostela, 9 novembre 1982), essa affonda le sue radici nella vita e nell’opera di uomini e donne che hanno vissuto, predicato e condiviso gli insegnamenti del Vangelo. Ne sono testimonianza il grande contributo spirituale, culturale, e persino agricolo e artigianale che il monachesimo ha apportato alla storia del Continente, nonché l’opera di santi come il grande Crodegango, instancabile Pastore di questa comunità, che proprio qui, nella Regola dei canonici, ha dato una forma visibile alla comunione ecclesiale.
Da lì ci sono stati trasmessi i fondamenti morali del mondo in cui viviamo: principi quali il primato della persona e il carattere sacro e inviolabile della vita umana, in tutte le sue fasi e in ogni circostanza; la tutela della libertà degli individui; l’importanza primaria della famiglia come fondamento della società; l’attenzione verso i poveri e i più bisognosi; l’accoglienza dello straniero, il rispetto degli anziani.
La vostra Chiesa locale, che conserva l’eredità unica di un dialogo fecondo tra società civile e fede, in virtù del suo status particolare, ha la responsabilità di essere un laboratorio vivente di questa fedeltà. Rimanere fedeli a questi pilastri non è stato facile, nemmeno per coloro che ci hanno preceduto. Eppure, con coerenza e perseveranza, i nostri antenati ce li hanno lasciati in eredità come tesori, da trasmettere a nostra volta alle generazioni future, arricchiti della nostra esperienza, del valore dei nostri sforzi e delle nostre storie.
La magnifica Cattedrale di questa città, in cui ci troviamo, illustra molto bene tutto ciò: è detta Lanterne du Bon Dieu per via dei suoi 6.500 metri quadrati di vetrate istoriate. Sembra che i costruttori abbiano voluto ridurre al minimo le pareti, che pur rimangono solide, affinché la luce potesse giungere in abbondanza ai fedeli. Chi vi entra si ritrova così immerso in una ricchissima “biblia pauperum”, fonte di preghiera e meditazione, attraverso i riflessi di mille colori. E in codesto luogo di luce, lo splendore delle vetrate storiche si è recentemente arricchito del genio di Marc Chagall. Le opere di questo grande pittore ebreo, incastonate nelle pareti della Cattedrale, trasformano la “Lanterna del Buon Dio” in uno straordinario simbolo ecumenico e di dialogo interreligioso. Questa Cattedrale ci dice che la luce del Signore non cancella le specificità, ma unisce storie e culture diverse in un unico e meraviglioso mosaico di pace, necessario alla nostra epoca, lacerata da nuove divisioni e da nuovi conflitti. Contemplando queste vetrate, impariamo che il futuro dell’Europa non risiede nell’uniformità, ma nell’armonia delle differenze, dove la ferita del passato diventa una fessura che lascia filtrare luce.
In questo c’è un simbolo della nostra identità di Chiesa. Anche noi utilizziamo strutture, che hanno senso solo nella misura in cui ci aiutano a portare al mondo la luce del Vangelo. Senza queste vetrate, le finestre della cattedrale di Saint-Étienne non sarebbero altro che spazi inondati da una luce accecante. Con le vetrate, diventano libri che ci riuniscono per ricordare storie meravigliose, piene di eroismo, di bontà, di misericordia, di amore e di bellezza morale, di cui a nostra volta dobbiamo essere testimoni generosi e coraggiosi.
Questo è l’augurio che condivido con voi, con gratitudine e fiducia, al termine del mio viaggio in Francia, per la vostra comunità di Metz, chiamata oggi più che mai ad essere un faro di speranza per questo Paese, per l’Europa e per il mondo, affidandola alle preghiere della Vergine Maria e dei vostri Santi Patroni.
questa Santa Messa è l’ultimo incontro pubblico della mia visita in Francia, perciò l’ho celebrata con vivo senso di gratitudine al Signore, e desidero esprimere la mia riconoscenza anche a tutti coloro che l’hanno resa possibile con il loro impegno.
Ringrazio il Signor Presidente della Repubblica e le diverse Autorità ci
Cari fratelli e sorelle,
questa Santa Messa è l’ultimo incontro pubblico della mia visita in Francia, perciò l’ho celebrata con vivo senso di gratitudine al Signore, e desidero esprimere la mia riconoscenza anche a tutti coloro che l’hanno resa possibile con il loro impegno.
Ringrazio il Signor Presidente della Repubblica e le diverse Autorità civili che hanno curato l’accoglienza a Parigi, a Lourdes e qui a Metz. Rinnovo con affetto il mio ringraziamento alla Presidenza della Conferenza episcopale e ai Vescovi più coinvolti, e con loro ai presbiteri, ai diaconi, alle persone consacrate, ai fedeli laici, a tutti i volontari che hanno collaborato. Grazie a tutti!
Cari amici, continuiamo a camminare insieme, uniti nella santa madre Chiesa, per la gloria di Dio e al servizio del suo Regno di amore, di giustizia e di pace. Grazie!
📍 Centro Congressi "Robert Schuman", Metz, Francia
Dopo il trasferimento mattutino da Lourdes a Metz (partenza 7:40, arrivo a Metz-Nancy-Lorraine alle 9:20), Papa Leone XIV partecipa a un incontro interreligioso presso il Centro Congressi "Robert Schuman", con rappresentanti delle diverse fedi presenti in Francia. Nel discorso il Papa afferma che «invocare il nome di Dio per legittimare la violenza o l'oppressione costituisce una profanazione di questo nome» e che «il discorso religioso deve esortare costantemente a disarmare i cuori e le parole», indicando nelle religioni le «custodi della vita» e un punto di riferimento solido per i giovani.
🎥 Video
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L'arrivo del Papa a Metz e l'accoglienza delle autorità locali
📷 Foto
Papa Leone XIV con i rappresentanti delle diverse tradizioni religiose al Centro Congressi Robert Schuman
Incontro interreligioso al Centro Congressi "Robert Schuman"
Cari fratelli e sorelle,
cari amici rappresentanti delle diverse tradizioni religiose,
è con profonda gioia, ma anche con vivo senso di responsabilità spirituale, che mi trovo oggi tra voi a Metz, città di frontiere e di passaggi, presso il Centro Congressi che porta il nome di Robert Schuman, uno dei padri fondatori dell’Unione Europea. Quest’uom
Cari fratelli e sorelle,
cari amici rappresentanti delle diverse tradizioni religiose,
è con profonda gioia, ma anche con vivo senso di responsabilità spirituale, che mi trovo oggi tra voi a Metz, città di frontiere e di passaggi, presso il Centro Congressi che porta il nome di Robert Schuman, uno dei padri fondatori dell’Unione Europea. Quest’uomo di fede e di convinzioni seppe trasformare le vecchie linee di frattura in ponti di speranza per tutta l’Europa, diventando un vero ambasciatore dell’unità nella diversità. Seguendo il suo esempio, la nostra responsabilità comune di donne e uomini religiosi, è quella di testimoniare che, al di là dei confini, è sempre possibile incontrarsi, stringere amicizia e costruire la pace.
Dialogare non sminuisce la nostra identità, ma la esprime con semplicità e verità aprendosi alla diversità dell’altro. Come diceva il mio predecessore, Papa Francesco: «Il dialogo tra persone di religioni differenti non si fa solamente per diplomazia, cortesia o tolleranza. [...] L’obiettivo è di stabilire amicizia, pace» (Lett. enc. Fratelli tutti, 271). Prima di lui, il santo Papa Giovanni Paolo II considerava il dialogo come un’esigenza intrinseca alla natura stessa dell’uomo (cfr Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2001, 10). Secondo Paul Ricœur, è la via attraverso la quale riconosciamo l’alterità come una promessa e non come una minaccia; è un’arte dell’incontro di cui il nostro mondo ha grande bisogno, agli antipodi dell’aggressività e della violenza.
Infatti, invocare il nome di Dio per legittimare la violenza o l’oppressione costituisce una profanazione di questo nome. Nulla di ciò che deturpa la dignità umana può rivendicare un’autentica ispirazione divina. Il discorso religioso deve esortare costantemente a disarmare i cuori e le parole. Ciò comporta la responsabilità diretta di ciascuno di noi, in quanto custodi delle nostre rispettive tradizioni.
D’altra parte, se la fecondità delle tradizioni religiose si manifesta innanzitutto nel loro servizio alla pace e alla fratellanza, essa si esprime anche nella loro capacità di proteggere, accompagnare e servire la vita. La grandezza di una civiltà non si misura dai suoi successi materiali, ma dal modo in cui circonda, protegge ed eleva la persona umana. Le religioni sono custodi della vita: esse ne affermano il valore sacro. La loro fecondità si manifesta nella presenza amorevole accanto alle persone più vulnerabili e più fragili. Servire la vita significa circondarla di cure, presenza e tenerezza, soprattutto nella prova, fino alla fine. A noi che siamo aperti alla trascendenza, spetta la missione di offrire punti di riferimento solidi, in particolare ai giovani, per costruire una comunione che rispetti e valorizzi la dignità di ogni persona umana.
Cari amici, «la Chiesa considera compagni di viaggio tutti coloro che cercano sinceramente la verità, la bontà, la bellezza» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 23). Vi ringrazio ancora una volta per la vostra vicinanza e la vostra presenza. Che l’infinita bontà di Dio e la sua saggezza ci accompagnino e ci insegnino a vivere sempre più come suoi figli e come fratelli e sorelle gli uni per gli altri. E che così possiamo essere, là dove viviamo, artigiani di pace e testimoni di una speranza che non cessa di crescere nel nostro mondo.
📍 Centro Congressi "Robert Schuman", Metz, Francia
Il Pontefice prende parte a un incontro dedicato alle radici cristiane dell'Europa, alla pace e all'unità del continente, nella città natale di Robert Schuman, tra i padri fondatori dell'Unione Europea. Gli inviti, firmati dal presidente francese Emmanuel Macron, sono stati indirizzati ai ventisette capi di Stato e di governo dei Paesi dell'Unione Europea e ai vertici della UE; al termine dell'incontro sono possibili colloqui bilaterali. Nella delegazione pontificia figurano i cardinali Filippo Iannone, José Tolentino de Mendonça, Dominique Mamberti e George Jacob Koovakad (assente il Segretario di Stato card. Pietro Parolin, impegnato negli Stati Uniti). Segue un incontro con rappresentanti di diverse religioni, con la lettura di un appello congiunto. Tra i partecipanti figura anche una delegazione della Fraternité Européenne d'Étudiants Robert Schuman: uno dei suoi membri, Axel Raynaud, ha sottolineato alla vigilia dell'incontro che "l'Europa non può essere ridotta alle sue istituzioni o alla sua economia: è un progetto di fraternità". Nel discorso il Papa mette in guardia dall'«illusione del riarmo», denuncia che «le relazioni umane e tra gli Stati si fanno sempre più barbare» e indica nel diritto internazionale e nel multilateralismo «il miglior antidoto alla volontà di dominio». Ai giovani rivolge l'invito a non sottomettersi «alla logica della violenza e dell'oppressione» e a essere «costruttori di comunità».
📷 Foto
I membri della Fraternité Européenne d'Étudiants intitolata a Robert Schuman
Leone XIV a Metz, città di confine e simbolo di amicizia tra i popoli
Papa Leone XIV all'incontro "Alle radici dell'Europa" nel Centro Congressi Robert Schuman di Metz
Il Papa con i capi di Stato e di governo europei presenti a Metz
Un momento del discorso di Leone XIV sulle radici cristiane dell'Europa
Incontro "Alle radici dell'Europa per la pace e l'unità"
Signor Presidente,
Signor Cardinale,
Distinte Autorità civili e religiose,
Signore e Signori,
sono molto felice di trovarmi qui, in questa città storica, crocevia nel cuore del continente, per un incontro dal titolo evocativo: Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità. Vi ringrazio per le gentili parole che mi sono state appena rivolte.
Il t
Signor Presidente,
Signor Cardinale,
Distinte Autorità civili e religiose,
Signore e Signori,
sono molto felice di trovarmi qui, in questa città storica, crocevia nel cuore del continente, per un incontro dal titolo evocativo: Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità. Vi ringrazio per le gentili parole che mi sono state appena rivolte.
Il titolo proposto si ispira senza dubbio alla figura del Venerabile Robert Schuman, cui oggi vogliamo rendere un omaggio particolare, in questo centro che porta il suo nome, e soprattutto qui, nella Mosella, regione dove lungamente ha vissuto, dove riposa e della quale è stato per molti anni rappresentante all’Assemblea Nazionale. È da questa regione, con le sue vicissitudini nel XIX e nel XX secolo, che ha tratto ispirazione per contribuire a plasmare l’Europa di oggi e di domani attraverso la sua celeberrima Dichiarazione del 9 maggio 1950. Questo testo segna allo stesso tempo il punto di partenza e di arrivo del suo impegno per la riconciliazione e l’unità del continente europeo, che ha segnato tutta la sua vita.
Oggi vogliamo intraprendere, con il pensiero, un viaggio che comincia dalle radici dell’Europa per arrivare al suo presente e guardare verso il futuro. Ci chiediamo in che modo Robert Schuman sia stato plasmato dalla storia di questa terra, della quale era figlio, e come abbia contribuito in modo fondamentale a plasmare l’Europa moderna, fino a esserne considerato un “Padre fondatore”.
È sempre difficile dare una definizione d’Europa, sia per il presente che per il passato. L’Europa, infatti, ha gradualmente preso coscienza di sé nelle epoche storiche della civiltà ellenistica, dell’Impero romano, e poi della diffusione del cristianesimo, integrando, nel corso del tempo, nuove culture come, tra le altre, quelle germaniche e slave, fino a comprendere regioni sempre più vaste.
L’Europa va intesa, quindi, come una realtà culturale e storica ancor prima d’essere una realtà geografica. Nel corso dei secoli, ha assunto nuovi confini e nuove definizioni, attraversando periodi di crescita, profonde crisi e nuove rinascite. Una costante che si può notare nel suo lungo e turbolento percorso storico risiede nel fatto che l’Europa si è sviluppata ed è progredita quando è stata capace di elaborare gli aspetti positivi del suo passato, e riproponendoli in forme nuove e creative grazie all’incontro con l’altro. La civiltà europea è infatti anche frutto di incontri secolari, anche se non sempre facili. Basta pensare alla presenza della cultura araba nella penisola iberica, o alla proiezione del “Vecchio Continente” nel “Nuovo Mondo”, che ha generato, talvolta dolorosamente, nuove sintesi sul continente americano.
Per capire questa lunga storia, tuttavia, non si può tacere di un altro Padre dell’Europa: san Benedetto, che il santo Papa Paolo VI proclamò patrono d’Europa nel 1964, definendolo «messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà» [1]. L’aiuto ai poveri, ai malati, agli anziani; l’educazione dei bambini e le università; gli ospedali e la medicina; l’architettura e l’ingegneria; lo sviluppo delle scienze; il diritto e l’organizzazione delle città e degli stessi Stati: tanti ambiti, in Europa, sono stati profondamente influenzati da san Benedetto e dai suoi monaci! Senza questa coltivazione monastica, la civiltà europea così come la conosciamo non esisterebbe. Qui, a Metz, grazie all’opera, tra gli altri, di san Crodegango, si respirava uno spirito benedettino di fraternità, comunione e condivisione. È da qui che il canto gregoriano si è diffuso nei territori carolingi, portando armonia e bellezza in tutto il continente.
Non si può quindi parlare dell’Europa senza menzionare il cristianesimo. Robert Schuman ne era ben consapevole quando affermava: «Il cristianesimo ha insegnato l’uguaglianza di natura di tutti gli uomini, figli dello stesso Dio, redenti dallo stesso Cristo, senza distinzione di razza, colore, classe o professione. Ha fatto riconoscere la dignità del lavoro e l’obbligo, per tutti, di impegnarvisi. Ha riconosciuto il primato dei valori interiori che, soli, nobilitano l’uomo. La legge universale dell’amore e della carità ha fatto di ogni uomo il nostro prossimo, ed è su di essa che da allora si basano le relazioni sociali nel mondo cristiano» [2].
Un altro Padre fondatore dell’Europa contemporanea, Alcide De Gasperi, gli fa eco mettendo l’accento sul «retaggio comune europeo» [3], cioè «quella morale unitaria che esalta la figura e la responsabilità della persona umana col suo fermento di fraternità evangelica, col suo culto del diritto ereditato dagli antichi, col suo culto della bellezza affinatosi attraverso i secoli, con la sua volontà di verità e di giustizia acuita da un’esperienza millenaria» [4].
Anziché essere un criterio confessionale esclusivo [5], il riferimento al debito della cultura europea verso il cristianesimo permette di comprendere meglio quanto l’apertura al trascendente sia sempre una dimensione costitutiva della persona umana e una fonte viva di civilizzazione.
A questo proposito, l’articolo 17 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea riveste grande importanza. Incoraggia «un dialogo aperto, trasparente e regolare» con le Chiese, sempre nel rispetto e senza pregiudicare «lo status del quale godono» negli Stati membri. La laicità che regola la vita degli Stati non implica solo il carattere non confessionale delle istituzioni civili, ma presuppone una vera collaborazione tra le parti, così come il rispetto, da parte delle autorità statali e comunitarie, dell’autonomia delle Chiese e la promozione della loro libertà di organizzazione, di espressione e di culto.
Si tratta di risalire alla fonte dei valori che costituiscono il fondamento della convivenza civile, cioè «i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza e dello Stato di diritto» (Trattato sull’Unione Europea, Preambolo).
Nel contesto multiculturale di oggi, l’affermazione dell’universalità di questi valori, essenziale per la sua sopravvivenza, passa anche attraverso una riscoperta delle proprie radici e attraverso l’apertura al dialogo con l’altro.
Si tratta di una necessità sociale e politica per riscoprire il ruolo centrale della persona umana e dare un’effettiva consistenza a parole come libertà, democrazia, pace e unità. A tal fine, risulta prezioso l’invito di Papa Francesco ad apprezzare la complessità della realtà europea in tutta la ricchezza delle sue tradizioni e sensibilità, sottolineando «la sfida di un’armonia costruttiva, libera da egemonie» [6].
Questo doppio movimento, di riscoperta e dialogo, permetterà anche di ritrovare un giusto equilibrio tra i diritti stessi, così come tra i diritti e i doveri perché – come ricordava sempre Papa Francesco – «al concetto di diritto non sembra più associato quello altrettanto essenziale e complementare di dovere, così che si finisce per affermare i diritti del singolo senza tenere conto che ogni essere umano è legato a un contesto sociale, in cui i suoi diritti e doveri sono connessi a quelli degli altri e al bene comune della società stessa» [7].
L’Europa contemporanea, infatti, si trova di fronte a una nuova tappa della sua lunga storia di incontri, con l’arrivo sul continente di tanti uomini e donne in fuga da teatri di guerra e persecuzione, o in cerca di una vita migliore lontano dalla povertà e dalla miseria.
Come ho detto durante la mia recente visita alle isole Canarie, in Spagna: «La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra» (Incontro con le realtà di accoglienza dei migranti).
Tutto questo non sarebbe però ancora sufficiente: accogliere una persona significa integrarla come nella propria famiglia, offrendole la possibilità di sviluppare i suoi talenti, le sue capacità e sensibilità, ma anche di entrare nello spirito della casa che la accoglie. Bisogna cogliere la portata storica di ciò che sta accadendo, vale a dire un incontro senza precedenti tra popoli e culture che chiama a una riscoperta creativa delle nostre radici e, allo stesso tempo, a un ascolto attento dell’altro. L’universalità dei valori fondanti dell’Europa ci assicura che questo dialogo è possibile e che potrà dare una base solida alle nostre società, permettendo di operare in modo più efficace per la pace e per un mondo riconciliato.
È proprio questa lucidità che ha ispirato uomini come Schuman a superare l’opposizione tra le identità culturali e a dare vita alle istituzioni europee, al termine della terribile tragedia della Seconda Guerra Mondiale, che ha mostrato quanto grande sia il male compiuto dall’uomo quando pensa di non incontrare ostacoli nell’esercizio del suo potere.
Robert Schuman, che ha conosciuto confini in continua evoluzione, ha contribuito a gettare le basi di un’Europa consapevole dell’urgenza di abbattere i muri che la laceravano. La sua formazione cristiana gli ha trasmesso il valore dell’uguaglianza, senza distinzione di razza o classe sociale, e gli ha insegnato la dignità del lavoro. La successione di diverse sovranità nazionali gli ha impresso l’importanza del diritto internazionale e il valore della parola data. Cresciuto in un contesto in cui l’orgoglio e lo spirito di vendetta sembravano prevalere, Schuman si è impegnato per la pace e la fratellanza tra i popoli che, dopo essersi a lungo combattuti, riconoscevano finalmente di aver bisogno l’uno dell’altro.
Quali sono dunque gli insegnamenti di Robert Schuman per l’Europa e il mondo di oggi? Innanzitutto, un profondo desiderio di pace. Purtroppo oggi la guerra è riapparsa, anche in Europa: una nuova «inutile strage» [8], che ogni giorno causa innumerevoli vittime civili. E ancora oggi, come nel 1950, le parole contenute nella Dichiarazione Schuman rimangono attuali: «Il contributo che un’Europa organizzata e vivente può dare alla civiltà è indispensabile per mantenere relazioni pacifiche» [9]. È necessario impegnarsi in un dialogo paziente, mostrare coraggio nella negoziazione ed essere pronti a sacrificare alcune posizioni per il bene superiore della pace.
Certamente la ricerca della pace in Europa, così come nel resto del mondo, non deve essere confusa con un ingenuo irenismo. Al contrario, le parole di Schuman sono quanto mai attuali: «La pace mondiale non può essere salvaguardata senza sforzi creativi proporzionati ai pericoli che la minacciano» [10]. Tuttavia, bisogna guardarsi dall’illusione del riarmo. «Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui» ( Messaggio per la LIX Giornata Mondiale della Pace, 1 gennaio 2026). Favorire la pace è un’opera attiva. Oggi bisogna chiedersi se stiamo realmente facendo “sforzi creativi” per promuovere la pace mondiale, o se stiamo semplicemente cercando di “arginare l’emorragia della guerra” e prepararci meglio a quelle che presumiamo debbano ancora venire.
L’Europa secondo Schuman è un continente dove si preferisce dialogare piuttosto che affrontarsi con le armi; dove si mettono in comune le risorse per fare in modo che «ogni guerra [...] diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile» [11].
L’Europa secondo Schuman si basa sul rispetto del diritto internazionale che, a differenza dei diritti nazionali, non può essere imposto con la forza da uno Stato, ma si fonda sul principio universalmente riconosciuto secondo cui pacta sunt servanda. Questo principio è gelosamente conservato dalla legislazione particolare di questa regione, che copre anche i rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica sulla base del Concordato del 1801 tra la Santa Sede e la Francia, ancora in vigore.
Il diritto internazionale e il multilateralismo sottolineano l’eguaglianza effettiva degli Stati nelle loro relazioni reciproche e costituiscono il miglior antidoto alla volontà di dominio, che è all’origine di ogni conflitto. Oggi, le relazioni umane e tra gli Stati si fanno sempre più barbare. Il valore della parola data è disprezzato; ci si vanta piuttosto della menzogna e dell’inganno. L’Europa può porre fine a questa spirale grazie al rispetto per l’altro che ha saputo coltivare e preservare, poiché ha ampiamente dimostrato negli ultimi ottant’anni che è possibile far valere opinioni, rivendicazioni e interessi divergenti, incontrandosi invece di scontrarsi.
Schuman ci ricorda che bisogna sempre dimostrare realismo e coraggio: «L’Europa – affermava – non si farà in un colpo solo, né in una costruzione complessiva: si farà attraverso realizzazioni concrete che creano prima di tutto una solidarietà di fatto» [12]. Non bisogna mai perdere fiducia nella nostra capacità di progredire, anche se i passi compiuti sono a volte piccoli e quasi impercettibili. La pretesa moderna di “avere tutto, subito” non corrisponde alla storia e alla cultura europee che, al contrario, insegnano il valore del tempo e della pazienza. È con piccoli passi che si può dare vita a questa solidarietà concreta, che implica che nessuno si senta abbandonato o dimenticato.
Condividendo queste riflessioni, penso prima di tutto ai giovani, chiamati a costruire l’Europa di oggi e di domani. Come già osservava Schuman: «Che questa idea di un’Europa riconciliata, unita e forte diventi d’ora in poi il motto per le giovani generazioni, desiderose di servire un’umanità finalmente liberata dall’odio e dalla paura, che reimpara, dopo troppo tempo di divisioni, la fratellanza cristiana» [13].
Ai giovani dico: abbiate il coraggio di vivere in modo responsabile la missione di costruire la pace, nel vostro cuore, nelle vostre relazioni, nella vostra famiglia, nelle scuole e nelle università, nella vita delle vostre città, dei vostri paesi e di tutta l’Europa.
Non sottomettetevi alla logica della violenza e dell’oppressione.
Amate la vita in ogni momento e non abbiate paura del futuro!
Non abbiate paura di formare una famiglia, di generare figli, di difendere la dignità di ogni persona, dal primo istante nel seno della madre fino all’ultimo respiro.
Non abbiate paura di lavorare instancabilmente al servizio del bene delle vostre comunità, anche attraverso l’impegno politico.
Siate costruttori di comunità!
E con voi, l’Europa, saldamente radicata, continuerà a fiorire e a ispirare il mondo intero.
Che Dio vi sostenga in queste decisioni e che benedica e protegga tutta l’Europa!
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[1] S. Paolo VI, Lett. ap. Pacis nuntius (24 ottobre 1964): AAS 56 (1964), 965.
[2] R. Schuman, Pour l’Europe, Ginevra 2010 5, 57-58.
[3] Cfr A. De Gasperi, La nostra patria Europa. Discorso alla Conferenza Parlamentare Europea, 21 aprile 1954, in: Alcide De Gasperi e la politica internazionale, Roma 1990, vol. III, 437-440.
[4] Ibid.
[5] Cfr ibid.
[6] Francesco, Discorso al Consiglio d’Europa (25 novembre 2014).
[7] Francesco, Discorso al Parlamento europeo (25 novembre 2014).
[8] Benedetto XV, Lettera ai capi dei popoli belligeranti (1 agosto 1917): AAS 9 (1917), 423.
📍 Da Avenue Foch a Place de la République e Cattedrale, Metz, Francia
Dalle 14:30 alle 15:00 Papa Leone XIV attraversa il centro di Metz a bordo della papamobile, lungo un percorso che tocca Place Mondon, Avenue Robert Schuman, Place de la République, Rue Haute-Pierre, Rue du Juge-Pierre-Michel, Rue de la Garde, Quai Paul Vautrin e Place de Chambre, prima di raggiungere la Cattedrale di Saint-Étienne. Lungo il tragitto il Papa si ferma più volte per salutare i fedeli, in particolare per benedire un gruppo di bambini malati. In Place de la République è allestita una fan zone con maxischermi per circa 15.000 persone; per l'intera giornata sono attese a Metz tra le 50.000 e le 100.000 persone. Circa 30.000-35.000 fedeli si radunano nella piazza del municipio, davanti alla cattedrale: il Papa riceve in dono una racchetta da tennis d'epoca e firma il Libro d'Onore della città con l'augurio "Possa la pace di Dio regnare sempre nella città di Metz e nel cuore di tutte le persone". Saluta inoltre alcuni fedeli con disabilità e i ministranti, tra cui il giovane Louis.
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Leone XIV saluta i fedeli dalla papamobile in Piazza del Municipio a Metz
Al termine della Messa si svolge la cerimonia ufficiale di congedo dalla Francia. Il Papa lascia Metz-Nancy-Lorraine alle 19:33, con atterraggio a Roma/Fiumicino alle 20:53, a chiusura del viaggio apostolico e del suo quinto viaggio internazionale. Alla cerimonia partecipa anche il presidente Macron, che ha riorganizzato la propria agenda per essere presente sia alla Messa che al congedo, a conclusione del quinto viaggio internazionale di Papa Leone XIV.
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Metz – Cerimonia di congedo, 28 settembre 2026 – Papa Leone XIV
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La cerimonia di congedo all'aeroporto di Metz-Nancy-Lorraine
Papa Leone XIV saluta il presidente Macron prima della partenza
📍 Aereo pontificio, volo Metz–Roma (Air France A321)
Durante il volo di rientro (decollo da Metz-Nancy-Lorraine alle 19:33, atterraggio a Fiumicino alle 20:53), Papa Leone XIV tiene la tradizionale conferenza stampa con gli 80 giornalisti al seguito, introdotta dal direttore della Sala Stampa della Santa Sede Matteo Bruni. Rispondendo in inglese e spagnolo a sei domande, il Papa definisce i quattro giorni in Francia «letteralmente pieni di benedizioni», ricordando in particolare Lourdes e i circa 80.000 giovani allo Stade de France. Sul conflitto Russia-Ucraina afferma che i due Paesi dovrebbero «venire, sedersi, dialogare, cercare come risolvere i problemi senza continuare queste guerre che non hanno più senso», denunciando chi «si sta arricchendo molto con un'industria che promuove la guerra» e ricordando l'impegno di mons. Gallagher e del card. Zuppi per il dialogo. Sugli abusi nella Chiesa precisa di preferire non usare il termine «sistemico», pur riconoscendo responsabilità nell'accompagnamento delle vittime. Sul fine vita in Francia ribadisce che «quello che è legale non è necessariamente morale». Sull'intelligenza artificiale si dice «relativamente ottimista» ma non «in modalità panico», annunciando l'impegno di una commissione vaticana perché «l'IA non distrugga l'umanità». Conferma infine di avere un invito per la Germania, senza però una data definita.
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Conferenza stampa in volo del Papa al rientro dalla Francia, 28 settembre 2026
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Il Papa a bordo dell'aereo durante il volo di rientro a Roma
Alle 17:00, nei Giardini Vaticani presso la Grotta di Lourdes, il Papa recita il Rosario con centinaia di bambini (tra 700 e 1.000) provenienti da scuole e parrocchie di Roma, in apertura della settimana mondiale di preghiera "Un milione di bambini recitano il Rosario", promossa dalla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre.
📰 Conferenza stampa sul decennale di Amoris Laetitia
Alle 11:30 in Sala Stampa della Santa Sede viene presentato l'Incontro "A dieci anni da Amoris Laetitia: annunciare il Vangelo alle famiglie oggi", convocato da Papa Leone XIV in Vaticano dal 7 al 14 ottobre.